Entrenar el pensamiento para el cambio

Cambia el chip

¿Sabías que el primer paso para la innovación es la flexibilidad del pensamiento?

Hay una cosa que se llama “Fijación Funcional de la Mente” y puede ser una gran trampa. Nuestra mente tiene una manera de operar, y es que una vez que aprende un patrón o manera de hacer las cosas, se adapta y repite este modelo una y otra vez. Por ejemplo, nunca olvidamos como se va en bicicleta gracias a la fijación funcional de nuestra mente. El problema es que por este mismo mecanismo, a veces repetimos patrones de resolución de problemas aunque sean ineficaces, simplemente porque así se ha hecho siempre o porque así lo hemos aprendido. Ten mucho cuidado con las oraciones: “No se puede”, “No va a resultar”, “Es imposible”, Nada va a cambiar” o “siempre se ha hecho así”.

En las relaciones con personas y sobre todo, en la resolución de conflictos, tenemos que ser capaces de superar esta fijación funcional de nuestra mente y para esto, tenemos que entrenar nuestra creatividad prosocial y ser flexibles para innovar. No tener miedo de pensar en grande.

La cultura prosocial se puede enseñar y si logramos cambiar la cultura, mejoraremos la calidad de vida y el bienestar psicológico y social de personas y grupos.

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5 comentarios sobre “Entrenar el pensamiento para el cambio

  1. La fissazione funzionale in psicologia è quando siamo abituati a immaginare il funzionamento di un oggetto o di una situazione in un certo modo perché la nostra mente non è in grado di uscire da quello schema prefissato. Se questo tipo di approccio è utile per imparare come citato nell’articolo, ad andare in bicicletta ripetendo una serie di operazioni che sono sempre le stesse, non lo è per risolvere alcune situazioni soprattutto emotive che ci incastrano in immobilità e che non ci fanno evolvere. Cercare di trovare soluzioni originali, stimolando il pensiero divergente, può essere positivo non solo in ambito didattico dove si sta rivalutando questo tipo di approccio in complementarietà con quello convergente, ma in generale nella vita e nella prosocialità dove la flessibilità può generare un cambiamento culturale positivo. Leggendo questo articolo ho pensato alla frase che io personalmente ma penso molti si sono sentiti dire da quando erano piccoli: “prima il dovere e poi il piacere!. Riflettendo su questa affermazione, sono arrivata negli anni ad una conclusione: ma dove sta scritto? Secondo me le generazioni precedenti per non uscire da questo schema mentale si sono perse un sacco di occasioni di felicità, nel seguire l’ipotetico “dovere”. Questo esempio è estendibile a tante varie situazioni della vita. Aprirsi alla prosocialità ci può far scoprire la ricchezza dell’altro e uscire dagli schemi ci può donare più fiducia in noi stessi e negli altri in un’ottica, tra l’altro di accoglienza e di inclusione in modo particolare nell’affrontare le criticità relazionali.

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  2. @In una società così mutevole come quella odierna, è fondamentale uscire da una cornice, da uno schema mentale implicito e fisso: di fronte a un problema o a una qualunque situazione, è necessario cambiare il nostro punto di osservazione, a cui segue poi la nostra valutazione. È importante, come afferma Edward de Bono, immaginare di indossare un cappello diverso in base alle varie situazioni, ovvero assumere in maniera cosciente e consapevole un certo tipo di atteggiamento di pensiero. Una mente rigida e inquadrata nei suoi schemi può essere “una grande trappola”, perché è vero che una volta assimilato uno schema (come direbbe Piaget) o un modus operandi, la nostra mente riesce, poi, a riproporlo quando necessario, ma ciò porta anche a ripetere questo stesso schema, forzatamente, per la risoluzione di problemi per cui non serve, semplicemente perché così è sempre stato fatto. Non sempre questo tipo di pensiero convergente, logico, sequenziale e riproduttivo di una soluzione già nota, è la chiave per risolvere, ad esempio, i conflitti interpersonali. Ecco, dunque, che anche nel contesto scolastico è importante educare gli alunni alla prosocialità, a un buon comportamento prosociale, affinché sia mantenuta l’attenzione a non cadere nella fissazione funzionale della nostra mente anche, e soprattutto, nei rapporti con le persone e nella risoluzione dei conflitti, a cui si può arrivare attraverso una buona comunicazione prosociale, attraverso la creatività prosociale e la flessibilità mentale d’innovazione, una caratteristica della forma mentis del pensiero divergente, strettamente collegato alla creatività, appunto.

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    1. @ Per errore si è ripetuta due volte questa parte: “Ecco, dunque, che anche nel contesto scolastico è importante educare gli alunni alla prosocialità, a un buon comportamento prosociale, affinché sia mantenuta l’attenzione a non cadere nella fissazione funzionale della nostra mente anche, e soprattutto, nei rapporti con le persone e nella risoluzione dei conflitti da una prospettiva positiva, a cui si può arrivare attraverso una buona comunicazione prosociale, attraverso la creatività prosociale e la flessibilità mentale d’innovazione, una caratteristica della forma mentis del pensiero divergente, strettamente collegato alla creatività, appunto.”

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  3. Come ricorda il grande maestro J. Krishnamurti: “Portando un radicale cambiamento nell’essere umano, in voi, portate naturalmente un radicale cambiamento nella struttura e nella natura stessa della società”. Prima di osservare un mutamento nel mondo esterno, pertanto, occorre mutare il nostro sguardo, la nostra prospettiva, la nostra mente. La fissazione funzionale altro non è che un blocco, una stasi che limita le nostre infinte risorse, la multiforme varietà della nostre possibilità. Spesso, anzi, nella maggior parte dei casi, tali blocchi hanno una causa comune: preconcetti socio-culturali o traumi che hanno segnato la nostra storia personale, da cui si genera paura. Paura in tutte le sue molteplici variabili: paura del diverso, che ci irrigidisce in stereotipi e pregiudizi; paura di deludere, che ci chiude e ci induce ad evitare i confronti; paura di perdere il controllo, che inibisce il nostro universo emotivo; paura di non soffrire, che ci induce ad assumere atteggiamenti superficiali; paura del giudizio altrui, che genera in noi vergogna, ipocrisia, indolenza e stasi. Tutte queste dinamiche inibiscono profondamente l’esplorazione delle nostre infinite possibilità, una nostra presa di coscienza a riguardo, cui potrebbe conseguire uno slancio di apertura all’altro. Credo che soltanto un animo flessibile, elastico, che non teme una costante messa in discussione di sé, possa davvero accogliere, contenere uno scambio relazionale autentico. Entrare in relazione è sempre azione reciproca, uno scambio che, per dirsi arricchente, abbisogna di disponibilità all’ascolto, sincerità, sostegno, comprensione, empatia: valori, pratiche, sguardi che, per essere realmente funzionali, occorre anzitutto esercitare nei riguardi di noi stessi.

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